domenica 10 aprile 2016

La Vita in fiamme, un racconto che nessuno vuole



Un racconto che nessuno vuole,
non è una novità per me, ma a questo tengo(per via della notizia di cronaca, così disturbante,
che lo ha ispirato) e perché certi fatti vanno raccontati e, soprattutto, ricordati.

LA VITA IN FIAMME

Di Matteo De Chiara



Da bambina il fuoco doveva farle paura. Come ne fa a tutti, per via delle sue potenzialità: l’effetto  di cancellare oggetti e vite nello stesso momento, senza distinzioni. Di irrompere in un universi ordinati per sconvolgerli in un istante, mettendo termine a quello che si credeva sicuro, intoccabile, senza fine.
Da piccola doveva avere un sacro terrore del fuoco. Come tutti. Forse è per questo che l’ha scelto, per avere la certezza che niente di lei sopravvivesse. O forse per fare  di se stessa qualcosa di diverso da altri che hanno scelto di tagliarsi le vene o lasciarsi esplodere su un cortile lastricato, dopo un salto di dieci piani. Tutto questo deve esserle sembrato estraneo, poco intonato con il grigiore della sua vita.  Ha voluto che la parola fine avesse una tonalità diversa, di un rosso acceso, indelebile; che non risparmiasse niente, fondendo quello che c’è stato di peggiore e di migliore in lei in un unico, irriconoscibile insieme. Non si è data altro tempo(perché concedersi proroghe se non si ha voglia di infliggersi la pena di un altro giorno da soli) anche se aveva poco più di vent’anni. Anche se dicono che la giovinezza sia il momento migliore in cui farsi avanti, in cui pretendere di essere almeno un granello nell’universo.


Per farlo non ha scelto un giardino, un prato sotto un luminoso cielo invernale; non ha voluto nessun orizzonte sconosciuto sopra o intorno a lei, nessuna luce che non fosse il suo corpo ritratto in  un ultimo, acceso bagliore. Non ha desiderato che qualcuno, casualmente, potesse assistere né che la contemplasse più del dovuto, dopo. Deve esserle bastato immaginare quella cancellazione catastrofica e irreversibile di se stessa(il processo messo in moto dal fuoco che incide e segna, lasciando tracce che nessuna rianimazione o trapianto può rimettere in sesto). Ha stabilito come l’avrebbe fatto nello stesso modo in cui si programma un’escursione tra i boschi: l’ora, il percorso e il peso da portare(una tanica di benzina che si è procurata dove e in che modo? Si può solo ammettere che quando si decide di fare certe cose non c’è ostacolo che tenga).
Dei vicini hanno ammesso di averla vista mentre risaliva verso l’appartamento dove viveva sola. Le mani strette faticosamente sull’impugnatura della tanica, lo sguardo proiettato altrove mentre la benzina ondeggiava contro le pareti di plastica diffondendo un suono sciabordante, piccole onde concentriche che trasmettevano una specie di messaggio in codice. Se solo qualcuno si fosse avvicinato o le avesse chiesto che intenzioni aveva … Ma nessuno ha pensato che fosse giusto intromettersi, disturbare quella lenta risalita lungo le scale o nella cabina dell’ascensore, la tanica sempre a fianco, unica concreta proiezione dei suoi pensieri.    
Non so cosa ha visto o immaginato mentre si cospargeva di benzina nella sua stanza, la bocca stretta senza emettere un suono, forse ha avuto la sensazione di essere travolta da densi spruzzi d’acqua dal sapore di petrolio simili a quelli della sua infanzia, di essere investita ancora una volta dall’abbraccio dal mare della città che ha lasciato per un’altra a nord (nord, una parola che evoca subito gelo e silenzio. Può darsi che abbia scelto per questo il fuoco: come un’ultima, disperata ricerca di calore). Ha lasciato un biglietto che le fiamme non hanno toccato, una breve confessione  in corsivo, consonanti e vocali unite solo per formare la parola ADDIO . Niente a che  vedere con i messaggi che altre figlie in giro per il mondo distrattamente indirizzano a madri consumate dall’ansia, o le mogli riservano alla passione dei mariti di ritorno a casa: parole scritte in fretta che nelle loro traiettorie sbilenche accrescono il piacere di essere vivi. 

Cenere alla cenere.