mercoledì 17 febbraio 2016

Un mio racconto su La Città

Ìl libraio che sapeva ascoltare

Discreto, si muoveva con leggerezza, dava risposte ma nascondeva un segreto...
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di MATTEO DE CHIARA
Un’epoca sprecata, ecco l'effetto che ha su di me il ricordo di quell'età racchiusa tra i venti e i trent'anni fatta di prospettive e storie che raccontavo a me stesso, di giorni caratterizzati da vertigini emotive e attacchi di malinconia, dove l'unica malattia dalla quale guarire mi sembrava quella di fare le cose che faceva ogni altro. In quel periodo tutto sembrava riconducibile solo ad avere successo con una ragazza, a mostrare un aspetto sano, una fede incrollabile nella propria giovinezza, a non digrignare i denti nel sonno, a non lasciarsi prendere da una crisi di nervi di fronte a una commissione d'esame. Ogni dettaglio doveva rappresentare una possibilità, una fuga in avanti, mentre in realtà qualcosa sembrava stridere dietro quella facciata fatta di benessere fisico e ormoni. Anche la città in quel periodo sembrava in bilico, rifletteva una sensazione di stravolgimento. Marciapiedi da ricostruire, edifici di cui restava solo una quantità di macerie da rimuovere in fretta, cantieri pallidamente allineati nascondevano alla vista quello che sarebbe venuto alla luce da lì a qualche mese: parcheggi sotterranei, fontane avveniristiche, strade di collegamento. Sorgevano obelischi, si progettavano piazze che sembravano un collegamento ideale con un futuro che non sarebbe arrivato.
Io continuavo a preferire altre zone risparmiate dal cambiamento, le facciate sgranate di vecchi edifici davano una forma al senso di minaccia che provavo. Facevo la fila per entrare in dei cinema che non esistono più. Sedendomi al buio la sensazione liquida di scivolare e non dover tornare più indietro assumeva una forza implosiva, incendiaria. Era una specie di viaggio psichedelico in un universo illusorio e confortante anche nella sua inquietudine.
Tutto il resto era di troppo: alzarsi per proseguire con il programma d'esami, aspettare la sera per avere un incontro sentimentale, rimandare l'idea di potere essere altro. Adesso mi sembra quasi naturale che a chiudere idealmente quel periodo sia stato un fatto di sangue. Prima che succedesse tutti ricordavano solo la gentilezza con cui il suo autore ascoltava i clienti, il modo in cui inclinava appena la testa per riflettere, l'espressione senza nessuna ombra anche di fronte alle richieste più complicate. Le inquietudini sottotraccia di quegli anni (esami, orari, capitoli impossibili da interpretare) in qualche modo si riversavano in quel settore universitario di una delle librerie più vecchie della città, alimentando da sole l'atmosfera in chiaro scuro dei corridoi. Si entrava con trepidazione perché il tempo scorreva troppo in fretta, perché il peso del lavoro da affrontare era eccessivo e si voleva essere dappertutto, ma non lì. Ricordo una quantità di ambizioni sprecate, di sofferenze morali che avevano la forma di occhiaie giovanili e pettinature scomposte, di brividi di freddo in piena estate. Mi ero fatto avanti un pomeriggio in cerca di una guida per un'altra facoltà, qualcosa da scambiare con giurisprudenza. Qualcosa che fosse artistico e nero, che rappresentasse una contrapposizione agli argomenti che si affollavano nella mia testa, che gettasse degli interrogativi nella mia vita assegnandomi uno di quei ruoli mancati (mancato narratore, mancato poeta) per i quali bisogna avere qualcosa di più di una vocazione sbagliata. Volevo fuggire, studiare cinema, non volevo assomigliare a nessun altro. Chiesi a quell'uomo se esistesse una guida a facoltà simili al Dams dove si parlasse di Antonioni, di personaggi misteriosi, di un'epica fatta di storie senza un domani. In realtà avrei voluto spiegargli molto di più, confessare come fossi irrequieto, solitario e incostante. Lui ascoltava come faceva con tutti, prima di cercare tra gli scaffali. La sua discrezione faceva effetto, si muoveva con leggerezza, dava ascolto a studenti apprensivi, a madri spinte in cerca di un manuale da figli in preda all'isteria, consultava gli scaffali come se seguisse un invisibile ordine mentale. Diede retta anche me. Forse aveva avvertito qualcosa di compromesso nel modo in cui gli avevo rivolto la mia richiesta, una nota di malessere. Mi diede una guida che non mi fece pagare. Non conteneva niente di quello che cercavo, per un momento però ho avuto l'impressione di essere ascoltato. Dopo, quando tutto è successo, ricordando il suo atteggiamento ho pensato che per uccidere non bisogna avere un aspetto minaccioso, né alzare la voce. Si può uccidere se stessi e gli altri poco alla volta, in silenzio, senza attirare su di sé l'attenzione fino all'ultimo momento quando termina l'effetto dell'autocontrollo e la linea di confine tra la normalità e rabbia si riduce fino
a sparire. Ma quel giorno con me quell'uomo fu solo disponibile. Non ho cambiato tipo di studi e non frequento più nessuno di quel periodo. Quell'uomo ha ucciso la sua compagna. Il futuro come il presente mi sembra ancora un'incognita. Oggi è tutto quello che so.
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