lunedì 11 gennaio 2016

Case

La casa è il luogo dove si organizza la propria vita, al quale si fa riferimento, l’unico che possa restituire in qualche modo la certezza di quello che siamo o che abbiamo perduto. Le case, con le loro stanze e i loro oggetti compongono storie sottotraccia, fatti da leggere attraverso un’architettura di spazi perché in nessun altro caso, come in quello degli appartamenti di un paesaggio urbano, vi sono delle connessioni così intense fra luogo e persona. Le città di mare hanno qualcosa che le rende diverse, si ha la sensazione di respirare un’aria meno opprimente e che sia sempre possibile trovare, attraverso una terrazza o una strada, uno sbocco verso l’orizzonte. Non sembra possa esserci niente di terribile in una città di mare, ma anche qui l’aspetto esteriore,  le luci, non raggiungono tutti gli angoli. Le facciate dietro la loro estetica fatta di calce e colori, dietro la loro impassibilità, mostrano altro, basta avvicinarsi per avvertire qualcosa che assomiglia a una vibrazione, un’eco di fatti e vite nascoste che gli oggetti in qualche modo restituiscono.  Le case spesso parlano al posto dei loro occupanti. In passato sono entrato in molti appartamenti, ho attraversato corridoi interni di abitazioni popolari fradici di pioggia, ho camminato su ballatoi, mi sono seduto in soggiorni piccoli, opprimenti o desolatamente spogli, con televisori accesi per ore sugli stessi programmi (quiz, telenovele, serie tv );  le voci dei conduttori, degli attori sembravano essersi sostituite a quelle degli occupanti, scandivano i loro movimenti, il ritmo della giornata, persino quello della loro vita interiore. Ho fissato bicchieri allineati dietro ante trasparenti di mobili che  avevano l’aria di non essere aperti da mesi, ho fissato angoli vuoti, pareti che sprigionavano un bianco freddo che non lasciava spazio all’immaginazione, ho avvertito odori e tristezze latenti espresse da quell’insieme di cose. Ho pensato che non avrei resistito un minuto di più in quei salotti dove sembrava mancare sempre qualcosa, in quelle cucine dove le prospettive(altezza, larghezza, lunghezza) sembravano rovesciate e dove  invece altre persone trascorrevano con naturalezza gran parte del loro tempo.  Avrei voluto chiedere a una ragazza disoccupata, dall’aspetto segnato, cosa provava pettinando lentamente i capelli crespi della sorella aspettando che succedesse qualcosa, ma non l’ho fatto. Avrei voluto domandare alle vedove, agli anziani soli, alle ragazze madri, alle coppie senza  prospettive perché non sbattessero la porta andandosene.  Ma  la risposta era evidente: perché non potevano e, probabilmente, ancora non possono. La loro vita restava legata  al significato di quelle case, alla loro definizione di alloggi popolari, una parola che da sola ha un effetto pericoloso, che sembra già contenere una mancanza di possibilità, di scelta.


Quell’idea di sopravvivenza, l’effetto del vuoto o di cose di poco conto ammassate senza una logica, è tornata ad affacciarsi nella mia immaginazione in altri momenti, quando sono entrato in altre case. Appartamenti ristrutturati, moderni, che sembravano assegnare all’idea di felicità lo spazio appropriato. Ho visto interni bianchi con televisori al plasma, divani e tende che sembravano segnare un distacco dalla realtà, librerie con saggi sull’autocontrollo o sulle strategie da seguire per realizzare i propri obiettivi, bagni con vasche idromassaggio o cabine doccia così avveniristiche da  esprimere tutto il benessere dei loro proprietari che le mostravano con noncuranza, spiegando come avessero installato un miscelatore che permetteva di avere l’acqua calda o quella fredda nell’attimo stesso in cui si girava la manopola; parlavano dell’effetto del getto caldo sulla pelle tenendo gli occhi socchiusi come se ne stessero sperimentando i benefici proprio in quel momento. Quelle case erano universi nitidi, sovrastanti rispetto alle miserie del mondo,  che spingevano il visitatore in un’idea di assoluta realizzazione, spazi emotivi da costruire secondo l’ultima moda in fatto di arredamento, da riempire con bambini repressi che stringevano bambole mutilate tra le braccia. La tristezza se c’era aveva l’aspetto luminoso dei parquet, le sembianze allucinatorie di una stampa di Chagall sulle pareti o di docili colf denutrite  dei paesi dell’est che si trascinavano lentamente di stanza in stanza, come se stessero cercando un modo per adeguarsi all’effetto artificioso che le circondava. Negli stessi condomini mi sono seduto di fronte a persone sole, abituate a mangiare comprendo solo una porzione di tavolo con la tovaglia, a bere sorsate clandestine di vino pensando ai propri figli dispersi da qualche parte nel mondo. In quelle case c’era sempre un eccesso di ombra, di silenzio interrotto appena dai rintocchi di un orologio a pendolo; quel suono era la sola intrusione in quelle stanze vuote  che avevano l’aria di esserlo da anni, spazi consegnati all’attesa di qualcuno che li abitasse. Da un’altra parte, per qualche tempo ho dormito in un letto matrimoniale che doveva essere stato occupato da una persona malata. Sulla testata in ferro del letto c’era un campanello legato a una corda per chiamare aiuto in piena notte. A volte l’ho premuto inavvertitamente e l’effetto di quel suono era così acuto da assomigliare a un allarme, in qualche modo mi avvisava che qualcosa stava per sgretolarsi nella mia vita anche se ancora non lo sapevo. Dopo aver letto la notizia in una pagina di cronaca, ho fissato il balcone di un appartamento dove era stato commesso un delitto. Le finestre restavano chiuse malgrado fosse piena estate, i vetri, per via del riflesso del sole, erano neri come se fossero stati oscurati. Nessun segno di vita,  tutto quello che di normale c’era stato prima, all’interno, sembrava essere cancellato da una forza estrema, da un turbinare di collera e violenza che aveva lasciato solo quel vuoto: una facciata geometrica, ingrigita dalla pioggia e dalla luce del giorno, schermata dal silenzio di quelle finestre in un mattino di fine luglio.

Ho lasciato che le case che ho visto occupassero un posto dentro di me, con le loro stanze e gli oggetti di cui erano fatte. Hanno racchiuso un arco di tempo, di affetti dispersi, sprecati, di scene messe insieme a caso, in una specie di montaggio singhiozzante. Fra tutte spicca l’espressione assuefatta della ragazza nella casa popolare che pettina la sorella, gli occhi affondati in quella massa di capelli fulvi come se fossero catturati da un miraggio. Aveva l’aria di essere lì da sempre, sapendo che quello sarebbe rimasto il suo posto. Nessuno l’avrebbe portata via, da un’altra parte, in un altrove fatto di qualcosa di più. Sembra dire questo, nel mio ricordo, con il suo sorriso docile appena segnato dal tempo che passa.


 Pubblicato su La Città del 3/01/2016

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