martedì 13 ottobre 2015

Un mio racconto su Cattedrale l'osservatorio sul racconto ideato da Rossella Milone












C'è vita su Marte
un racconto ​di Matteo De Chiara 

Non ha un’aria qualunque, non l’ha mai avuta. Anche se ha solo sedici anni.
Anche se non ha nient’altro eccetto la sua età.
Mentre guida le sembra di essere qualcosa di più di una ragazza. È una sensazione che la riempie di vertigine ed euforia: sentirsi lanciati, liberi, fa questo effetto.
Sa che non si tratta di un gioco, non a questo punto. È sola, e nella sua solitudine avverte una specie di solennità che non ha provato prima. Ha la sensazione che questo momento avrà un peso nella sua vita. L’ha capito nell’istante in cui ha preso le chiavi dell’auto di suo padre ed è scesa in strada. Guardare il suo quartiere a quell’ora di mattina l’ha fatta sentire in collisione col mondo. Non c’entra solo suo padre, quello che si sono detti, ma tutto quello che le manca, che non ha mai avuto.
C’entra soprattutto lei.

sabato 10 ottobre 2015

TUTTO QUELLO CHE CI DICE SARAH HALL

Tutto quello che ci racconta Sarah Hall,scrittrice tra le massime autrici nei Paesi di lingua inglese, è che prima ancora della passione della mente, dei calcoli sentimentali, c'è il corpo: una quantità di cellule in movimento, di fluidi organici, di sensazioni epidermiche. L'amore nei suoi racconti è fatto soprattutto di questo, di scambi fisici, di contatti penetranti, di smarrimenti che partono dalle membra come scariche elettriche, come versamenti di sangue. I contatti umani sono in particolare quelli sessuali, l'esigenza della carne scoperta, di deliranti agonie che si chiudono in orgasmi oscuri e dolorosamente troppo brevi. Tutto questo è immaginabile ma in genere tenuto segreto o banalizzato dalla necessità di apparire civilizzati, sicuri di quello che diciamo di essere.  
Sarah Hall rovescia questa prospettiva, svelandone l'ipocrisia di fondo. Il cuore è solo un organo, la tristezza niente di più che l'effetto di uno squilibrio chimico, l'emotività non mitiga la durezza ma semmai ne accentua i riflessi più pericolosi. Alla fine di tutto, di qualsiasi teoria o pratica dello stare insieme, c'è l'indifferenza bella e respingente dei corpi dopo che sono stati usati, mentre si rivestono e rimpiangono  la vertigine di un contatto, l'ebbrezza dilaniante dello spingersi dentro qualcuno, dell'usarsi a vicenda.



L'effetto è quello di storie senza consolazione, squarci di onirica e violenta bellezza sull'identità dello stare insieme, su quanto c'è di supposto, brutale e intangibile nei rapporti umani.
La Hall non si nasconde dietro le parole ma le usa come bisturi lucenti. Attraverso le sue storie non ci promette niente di più di un dolore onesto e non consolatorio, spingendoci dove abbiamo più timore di guardare, ricordandoci che l'amore(ammesso che ci sia) è strato dopo strato solo un freddo composto di rauche invocazioni e amnesie, di incontri e distacchi dove si celebra l'impossibilità di accettarsi fino in fondo.