domenica 26 ottobre 2014

Patrick Modiano: la scrittura dei sentimenti 2


"Non avevo mai sentito parlare di lei ..."
E' una delle frasi che ricorrono nei libri di Patrick Modiano: Non ne avevo sentito parlare, o  la conoscevo appena.
Ancora: "Bisognava spegnere la luce".., O "Lascio sempre la luce accesa ... E' più rassicurante".
Si tratta di frasi all'apparenza comuni ma che possono assumere un grande valore  nelle mani di un romanziere che sa come adoperarle.
In libri come Sconosciute, Dora Bruder, Viaggio di nozze la regolarità di frasi come queste, il loro flusso, è ciclico, costante, ossessivo come gli scenari che richiamano: le strade, le svolte, i caffè o le abitazioni di cui non resta traccia, se non per via di un ricordo perduto nel tempo.
Il peso delle parole, di ciò che descrivono, è tutto in questa costruzione di scene fatte di incontri fra personaggi e luoghi, nei dettagli degli smarrimenti, delle scomparse, nei dati anagrafici mutevoli, nelle identità corrotte e nelle violenze solo supposte.
In tutti quegli affetti smarriti e offesi dal tempo che le pagine di Modiano, in qualche modo, cercano di far riemergere e riscattare.
Ci sono almeno altri due libri dello scrittore che hanno una grande portata, un effetto lucido e allo stesso tempo vago e  straniante.
Uno si intitola Domeniche D'agosto, un titolo che fa venire in mente scenari aperti, desolati, e destini ancora una volta transitori.


E' un romanzo su una mancanza, sull'effetto di un mancanza. Il protagonista è in cerca di una donna che gli è stata portata via. Ancora una volta una donna finita in balia di un destino oscuro, inimmaginabile, come in certe ricostruzioni sommarie dei dispacci di polizia o nelle descrizioni segnaletiche degli scomparsi dove sono riportati solo dei dati anatomici: altezza, capelli, occhi ed età. E' intorno a questi particolari che la narrazione prova a  insinuarsi, a scivolare tra le mancanze, le ombre e a riannodarsi ripartendo dal primo incontro tra i due personaggi principali sulle rive della Marna, un luogo per definizione sfocato, descritto da fotografie verbali dove il colore delle parole può essere solo nero.
Quello reso da Modiano è uno scenario a metà tra la contemporaneità e il passato, fuori dal tempo. Il solo in grado di rendere la portata della narrazione, il senso di perdita che viene fuori dalle sue pagine.



Quel senso di perdita, di abbandono che ho finito per sperimentare di persona.

L'altro libro, appena ristampato da Einaudi, è Bijou.
All'epoca lo notai in un angolo dello scaffale in libreria, Ricordo la sensazione che provai leggendo la trama e la prima pagina:l'effetto tagliente, essenziale e fortissimo delle parole, la loro capacità di entrarmi in circolo e di restarci come una specie di ossessiva variazione sui temi dello smarrimento e della ricerca di se stessi.
Anche in questo caso la giovane protagonista ha perduto qualcuno, un madre scomparsa anni prima, e ha l'impressione di riconoscerla in una donna incontrata casualmente in metropolitana. Il tempo dell'incontro è brevissimo, criptico, sospeso nell'incertezza del passato e della memoria, mentre persone si affacciano e smarriscono nella folla, lasciando dietro di loro solo un vecchio indirizzo o il dettaglio di un cappotto logoro, qualche annotazione enigmatica scritta su un vecchio biglietto o una lontana foto sovraesposta.
E' tutto quello che si ha per cercare di risalire a qualcosa di se stessi.


E' tutto quello che si può rintracciare: frammenti, sprazzi di verità da ricomporre sulle mancanze lasciate dalla vita, su rapporti umani bruscamente interrotti.
Su quanto non si riesce ad ammettere né a raccontare di se stessi.
E' lo scopo della narrazione di Modiano ed è ciò che verrà proposto a quelli che lo leggeranno, senza nessun compromesso, né mediazioni.
Probabilmente tutto quello che c'è da sapere sui rapporti umani è in quelle pagine limpide e fosche, sfuggenti e liberatorie.

Forse, d'ora in poi, capiterà di sentir dire da qualcuno: "Come in un libro di Modiano ...".

martedì 14 ottobre 2014

Patrick Modiano: la scrittura dei sentimenti 1


Ho letto il primo libro di Patrick Modiano circa 13 anni fa.
Si intitolava Sconosciute e si trattava di alcuni racconti. Per l'esattezza tre storie, tre solitudini femminili, tre viaggi nell'incertezza di esistere resi con una tale intensità da risultare quasi insultanti in un'epoca in cui dalla narrativa si pretende tutto, tranne delle trame che riportino incertezze, fughe e inquietudini legate al presente e al passato
Frasi delicate, destini sfuggenti, ineluttabili, smarrimenti di fronte a quello che la vita promette e non mantiene: mi sembrava che quelle storie raccontassero qualcosa che mi riguardava da vicino, qualcosa di così intimo che facevo fatica a trattenere una sensazione d'incredulità per avere provato una familiarità così forte verso quei personaggi e chi li aveva raccontati.
Per un po' ho letto e riletto quel libro finendo per consumarlo, e dopo altro tempo ricomprarlo.


Poi c'è stato Dora Bruder, un romanzo e un'indagine su una ragazzina ebrea fuggita di fronte a un destino già segnato e scomparsa nella Parigi occupata dai tedeschi, un'altra innocente in un'epoca tenebrosa. Anche qui la mia reazione di fronte al libro è stata quella di una resa incondizionata alla fragilità e alla bellezza con cui Modiano ci racconta di Dora e di se stesso, degli anni bui, dell'eco tenue degli scomparsi nei rastrellamenti, o di quelli segnati dall'abbandono di chi avrebbe dovuto proteggerli, e dei loro tentativi di sottrarsi alla crudeltà di fatti che travalicano ogni comprensione. Ma Dora Bruder non è un libro come tanti altri sulle persecuzioni, tra le sue pagine aleggia la stessa sensazione di precarietà, di crepuscolare stupore e di minaccia presente con continuità nelle storie di Modiano. Ho finito per leggerlo e rileggerlo, restando inchiodato a quelle frasi brevissime, alle descrizioni fulminanti, all'effetto lancinante delle ricostruzioni delle foto in bianco e nero che ritraggono Dora e, in qualche modo, lo stesso Modiano.
A quel punto ho capito che si trattava di uno scrittore unico nel suo genere, che va sentito prima ancora che letto.

Dopo c'è stato un terzo libro, anche questo letto a distanza di tempo per via della sua rarità.
Il titolo sommario e all'apparenza un po ' freddo è Viaggio di nozze. Un titolo che contrasta con un romanzo fatto di smarrimenti ancora più forti, di ricerche così struggenti da sfuggire a una dimensione letteraria per diventare altro: non più,o non solo, una storia scritta ma un'esperienza. Un libro davvero unico nel suo genere, uno di quelli che rappresentano un vertice nel percorso di uno scrittore. C'è una scena in particolare, tra le tante, che non dimenticherò mai. Il protagonista ricorda l'ultimo incontro con la donna di cui sta cercando di ricostruire l'esistenza, morta in un pomeriggio solitario d'agosto:
Nel vano del portone si è girata e i suoi occhi grigi si sono posati su di me. Ha alzato piano il braccio e mi ha sfiorato la tempia[...]Poi ha abbassato il braccio e la porta si è chiusa alle sue spalle. Il braccio che cade bruscamente e il rumore della porta che si chiude mi hanno fatto intuire che arriva un momento nella vita in cui non si ha più voglia di nulla.

Sembravano frasi scritte per ricordare un'amica che avevo perduto, morta suicida due anni prima che scoprissi il romanzo.
Anche per lei doveva essere arrivato quel momento in cui non si ha più voglia di nulla. Modiano, in qualche modo, stava dando voce anche a quelli come lei.

martedì 27 maggio 2014

La giovinezza e la passione





Ho visto questa fotografia come molti (sembra che abbia fatto il giro del mondo), e come molti altri sono rimasto a osservarla affascinato e interdetto, cercando di capire cosa mi ha spinto a tornarci su e, ora, a scriverne. Forse è la forza di quel bacio così sfrontato durante una manifestazione di protesta in qualche paese, o la mano della ragazza che stringe un sasso contro la schiena nuda del suo compagno che sembra riassumere la contraddizione di essere giovani lasciandosi trascinare da quelle passioni giovanili, politiche e sentimentali, che vanno vissute fino in fondo; passioni che possono essere solo estreme, definitive.
Mi sono chiesto se alla fine lei  ha davvero scagliato quel sasso contro qualche simbolo della loro protesta( il vetro di un edificio pubblico, l'auto di un politico, contro un agente di polizia), o se quell'abbraccio l'ha spinta a liberarsene restando l'unica forma di contestazione: quel modo di mostrare di essere giovani, sfrontati, di lasciarsi andare con trasporto, in pubblico. La passione non si accorda con il pudore.
In fondo alla vertigine buia di quel bacio, di quel sasso sorretto tra le unghie rosse ho la sensazione che ci sia tutto, persino una traccia di quello che verrà dopo: la necessità di integrarsi, di vivere in una realtà che non è fatta di estremi, dove le passioni nascono e si consumano lasciando solo qualche ricordo legato a un attimo che fa immaginare di essere capaci di qualunque gesto, prima che la realtà riprenda il sopravvento.
Quello che resta è solo un momento impresso in una foto, un abbraccio per chi lo osserva senza durata, un modo di tenersi nel caos delle cose, di mostrarsi senza nessuna prudenza.
Di consumare la propria giovinezza.

martedì 25 marzo 2014

A Rossana con amore


Ho comprato un libro ricevendolo per posta, mi capita molto spesso di recente, e sempre più spesso sono libri appartenuti a qualcuno(chissà per quanto).
Spesso aprendone uno leggo le firme dei precedenti possessori con delle date o delle dediche; si tratta di una cronologia personale fatta di date del secolo scorso: giorni, mesi, anni cristallizzati da grafie negli angoli delle prime pagine, dei frontespizi.
Una più di tutte le altre mi è rimasta impressa:
A Rossana, con tanto amore,
Franco
Bologna 25 ottobre 1962.

E subito mi sono chiesto chi siano stati Franco, e soprattutto Rossana. Due che si sono voluti bene, certo, ma quella dedica in corsivo del 1962 fa immaginare di più e allo stesso tempo lascia molti sospesi. Intanto chi l'ha scritta l'ha fatto con la convinzione dei propri sentimenti e l' intenzione di restare coerente con quello che stava provando.
Poi c'è quella data, 1962, un anno a ridosso del benessere economico ma ancora lontano dalle contestazioni, dalla liberazione sessuale, un momento storico di transizione tra un'epoca e un'altra ( al cinema è l'anno de l'Eclisse, del Sorpasso, de I giorni contati, de l'Angelo Sterminatore, film che mettono in scena le contraddizioni dell'individuo moderno).

E infine la destinataria, Rossana, che ha conservato quel libro per chissà quanto tempo. Forse per anni, tutti quelli che ha vissuto da quel giorno, magari riaprendo il libro ogni tanto per rileggere quella dedica, sfiorandola con le dita quasi per misurare la consistenza di quella promessa.





Questa è la copertina del romanzo, scritto da un uomo e dedicato da un uomo a una donna, una dedica che sembra sfidare l'inaccettabilità del tempo che passa, l'incoerenza delle relazioni, delle parole, dei sentimenti.
Chissà com'è stato davvero  fra Rossana e Franco, se è rimasta ancora qualche traccia del loro rapporto da qualche parte, se qualcuno ricorda qualcosa.
So solo che quel libro, appena  invecchiato e alla stesso tempo ravvivato da quella dichiarazione, è capitato tra le mie mani, e più che alla vicenda raccontata nel romanzo mi costringe a pensare a quella non scritta, appena suggerita da quella dedica.
Chissà perché immagino che qualcuno, molto più tardi, quando lei, Rossana, non poteva più reclamare la proprietà esclusiva di quel libro, il suo valore affettivo, ha deciso di venderlo a un antiquario, forse ignorando quella dedica.
E adesso un piccolo frammento di quella vicenda del tutto ignota per me, fra due innamorati, mi coinvolge, in qualche modo mi riguarda per via della sua traiettoria misteriosa, una di quelle angolazioni insondabili che possono avere solo certi amori che appartengono al passato.


A Rossana e Franco


domenica 23 febbraio 2014

La pioggia non aiuta a dimenticare


Si è fermato aspettando che piovesse- a che serve andare avanti se tra un momento ci si dovrà fermare comunque, si è detto-; la pioggia è una compagnia malinconica che non ci si aspetta, che non si cerca. Arriva e basta, a volte silenziosamente, costringendo a mettere in circolo i pensieri, delle sensazioni di cui si pensava di poter fare a meno, per questo ha uno strano ascendente sulle persone: c'è chi l'aspetta, volendo solo rallentare, chi  invece la tollera appena come un intruso che non chiede nessun permesso e con i suoi tempi morti spinge a  disperdere malinconicamente le proprie forze. Ma, molto spesso, è solo quando si resta fermi che si è obbligati a fare i conti con se stessi.

Anche lui la pensa così; sotto i portici segue la gente senza ombrello che forza l'andatura solo per trovare un riparo, visibilmente infastidita dall'idea di bagnarsi, o forse dall'impressione di dover mostrare le proprie debolezze, di vedere intaccata la propria facciata, fatta di sicurezze solo esteriori. Durante la pioggia spesso si è goffi, ci si muove a fatica, si esce imbruttiti e più veri, più deboli. La natura umana viene allo scoperto. Nel corso della pioggia errori ed emozioni si confondono.


Lui con lo sguardo segue i passi zoppicanti dei passanti, le braccia sollevate, gli sguardi senza direzione, come annebbiati, e gli sembra che tutto stia acquistando più senso, più verità. Tende la mano in fuori lasciandola bagnare: è una sensazione fredda, docile, che dalla pelle scivola dentro, toccando dei punti nascosti, pensieri trascurati, parole lasciate in sospeso. La pioggia gli restituisce un'idea di se stesso, forse non quella che vorrebbe, ma quella più vera. Così scivola fuori, allo scoperto, sotto la pioggia e gli sguardi degli altri passanti che non capiscono e non si sforzano neanche di farlo. Resta lì, trasognato, in bilico su se stesso, concentrato in una specie di confessione pubblica fatta della sua staticità. Non c'è che lui e la pioggia, nient'altro.Una sensazione deragliante, in bianco e nero.

La pioggia non aiuta a dimenticare.