lunedì 19 agosto 2013

Desideri dispersi

"Mi fa tutto male, mi fa tutto bene. E' quel tutto che fa la differenza".
la voce di donna proviene da una coppia seduta poco distante dagli altri clienti di un caffè; occupano un tavolino in un angolo ma è come se fossero soli da un tempo incalcolabile, imprigionati nella loro vicinanza, nella necessità di guardarsi in modo da non potersi sfuggire. La loro storia sembra scritta nelle rughe delle espressioni, nelle pause che si prolungano, nella posizione dei corpi, vicini ma non abbastanza, nelle mani nascoste dietro il bordo del tavolino e che immagino intrecciate nervosamente; quasi soffocate dal bisogno di tenersi. Stanno insieme ma questo non sembra bastare, come se ogni silenzio fosse il prolungamento di qualcosa che non riescono ad ammettere, a confessarsi. C'è un momento nelle relazioni in cui tutto diviene eccessivo, persino le pause, i silenzi. Li guardo di sfuggita, poi sempre con maggiore interesse per quel non detto che c'è tra di loro, e per via di quella frase, di quel "tutto" sottolineato con una specie di stanca naturalezza, di sfinimento. Restano così per un po', rivolgendosi sguardi intermittenti, bevendo senza voglia da un bicchiere, facendo scivolare appena le labbra sul bordo. Ogni gesto sembra dettato da una specie di pesantezza, dall'obbligo di soffocare qualunque impulso, anche la tentazione di dirsi la verità. Continuano a inseguirsi così, restando fermi, sottolineando la loro distanza, un piccolo spazio che sembra incolmabile. A un tratto è la donna(chissà come si chiama: Lisa, Silvia, Daniela... Ha ogni nome che mi riesce a venire in mente) che si stringe all'uomo, gli solleva i capelli sulla nuca, scoprendo una cicatrice. L'attraversa con le dita come per cancellarla o affondarci dentro. Ha gli occhi chiusi mentre lo abbraccia, mentre lascia venire allo scoperto quello che li divide.
"Tutto mi fa male, tutto mi fa bene".
Per lei è davvero così.

In quel "tutto" c'è il senso di provvisorietà delle relazioni, c'è tutta la malattia dei sentimenti.

venerdì 2 agosto 2013

L'urto delle parole






"Saranno più di dieci anni che non piango".
"Io non credo di aver mai pianto. Neanche da ragazzino".
Immagino così il dialogo tra due uomini a proposito del pianto, un argomento di cui si parla sottovoce, quasi clandestinamente, facendo attenzione a non farsi ascoltare da altri. Per le donne questo tema è meno imbarazzante, forse per via di una inclinazione naturale al pianto, per una abitudine istintiva nel mostrare la propria fragilità usandola, a volte, persino per ferire. Una donna, prima di uscire dalla mia vita, mi ha abbracciato; quando si è staccata da me aveva gli occhi lucidi, delle lacrime evidenti negli angoli pronte a scivolarle lungo le guance e a bagnarle le labbra per rendere più vere le sue bugie. A volte le lacrime si sostituiscono alle parole, si sovrappongono a discorsi che non si riescono a iniziare. Non si riesce a reggere l'urto delle parole e dei propri comportamenti. Lo sapeva bene Antonioni che nell'Avventura ci ha regalato un finale di una forza tacita ed estenuante, fatto di lacrime e silenzio. Le lacrime di un uomo: lacrime inaspettate e spiazzanti in tutta la loro desolata nudità. Lacrime che la realtà non ci mostra e che lì, in quel fotogramma, sembrano più vere del mondo che ci circonda e ruota intorno a noi, vorticosamente, senza avere tempo per i rimpianti, né per la pena.