mercoledì 17 luglio 2013

Un lettera scritta a nessuno

Ho immaginato una donna obbligata a scrivere al tavolino di un caffè, impegnata a indirizzare parole che non verranno lette perché lei non spedirà quella lettera e nessuno lo farà al suo posto. E' un giorno di primavera ancora freddo, ma terso e lei scrive all'aperto. La donna è vestita di nero come per un dolore recente o forse solo per un lutto mentale come sembrano suggerire i suoi capelli legati, stretti come per infliggersi una punizione, e gli occhi posati senza pause sul foglio mentre la sua mano stringe la penna senza riuscire a lasciarla. Non so a chi sta scrivendo, posso solo ipotizzarlo:  a qualcuno che non raggiungerà mai. Ma quello che più importa è il suo atteggiamento, la sua posa raccolta, quasi solenne; eppure non ci vuole molto a concludere che non è affatto religiosa. Tutto quello in cui crede è la severa compostezza del suo gesto, delle parole che si formano sul foglio bianco. Le interessa solo quell'abbozzo di vita al quale rivolge la sua attenzione in un modo che ha un che di solenne. Nessuno scrive più al giorno d'oggi, tanto meno al tavolo di un caffè. Nessuno tranne quella donna. E il suo gesto così immediato suggerisce che sta cercando un modo di liberarsi da un peso, forse dall'idea di stare male.
L'unica conclusione che riesco a immaginare per lei è il movimento senza preavviso col quale fa scivolare  la penna e si mette in piedi, senza guardare la folla che le passa davanti, lasciandosi attraversare da quell'urto che ha provato ad arginare con la scrittura. Poi si allontana poco alla volta, quasi contando i passi, senza sciogliersi i capelli, con le labbra morse e le occhiaie che il sole non ha fatto in tempo a cancellare. E' sola e non finge di non esserlo. Mi chiedo quante vite ci sono come la sua, quante parole non avranno un ascoltatore e non saranno scritte.
Un numero che nessuno è in grado di calcolare.