giovedì 28 febbraio 2013

Sonnambuli



Inquietudine e adolescenza sembrano accordarsi, muoversi di pari passo. Si direbbe che sia un legame biologico oltre che emotivo: la scoperta del proprio corpo, un'accelerazione nella crescita, nelle sensazioni che si amplificano con l'obbligo quasi di non piacersi, di sentirsi inadeguati, in cerca di uno scopo.
Con il tempo si avverte che la giovinezza è solo un mito, un'età sprecata, come la maggior parte delle cose che non ci si accorge di avere avuto. Prima si è troppo giovani, poi non lo si è abbastanza. I "mi ricordo" servono a poco, a non andare avanti secondo un modo di pensare comune. C'è una strana inconsistenza, una mancanza di solidità nel pensare a come si è stati giovani: le immagini si sgranano, le sensazioni di allora sono evanescenti, quasi irrecuperabili.
Jeffrey Eugenides lo ha raccontato bene nel suo Le vergini suicide, mescolando nostalgia e iperrealismo, ha racchiuso l'essenza di quell'età in un romanzo dai toni vividi, stranianti e macabri. Lo leggiamo con ammirazione perché siamo stati giovani senza riuscire a capirlo, perché avremmo voluto esserlo davvero. Perché non lo siamo più.




In fondo si può immaginare di essere stati molte cose da giovani.
I miti hanno questo di buono, ma ha davvero importanza?