mercoledì 26 dicembre 2012

Libertà


Libertà è un'altra parola difficile, persino pericolosa da scrivere, da pronunciare. Si rischia di scivolare nella retorica, di ingannarsi e ingannare facendone un uso inappropriato. Ma le parole difficili esercitano anche un'attrazione autolesionistica, obbligano a fare a meno delle convenzioni, a esporsi. Raccontano da sole qualcosa che spesso si cerca di tenere a freno, di negare. Quanto siamo liberi, e quanto quello che ci circonda(lavoro, frequentazioni, rapporti, in una parola la vita sociale) ci permettono di esserlo davvero? D'istinto viene da rispondere poco. Non esiste una libertà assoluta; i legami sono rischiosi, spingerebbero verso la sincerità ma spesso sono costruiti solo ricorrendo a dei compromessi. L'onestà invece di rafforzare i rapporti sembra deteriorarli, ma anche la solitudine non può essere un rimedio. Da tempo ormai l'idea di libertà mi spinge a pensare al pugno chiuso di Juliette Binoche contro un muro di pietra in Film Blu di Kieslowski; alla mano bianca, sanguinante di Julie e alla sua intenzione di non lasciarsi ferire più dalla vita. Ma la vita a volte sembra dover ferire. Si può solo reagire come si può, ed è un modo che ognuno deve scoprire da sè. Questa breve lettera termina citando le parole di un bravo scrittore, Bertrand Godbille:  "Non sappiamo nulla delle persone. Si condividono con loro i momenti ordinari della vita, ma non si accede mai alle zone più profonde dei cuori, là dove si intrecciano i destini, in mezzo agli scambi degli incontri e degli amori, delle separazioni e degli odi."
La vita, quella reale, molto spesso non fa nessuna concessione.




giovedì 20 dicembre 2012

il colore dei sentimenti

Immaginare il colore dei sentimenti è un tentativo che richiede uno sforzo di immaginazione, è un modo di dare concretezza, tangibilità a qualcosa che per definizione non lo è. E' un tentativo che richiede una visione che appartiene solo a un pittore, a un regista di cinema, forse a uno scrittore cioè a un osservatore che non si ferma all'apparenza delle cose, che non vuole e non può accontentarsi solo di quanto gli viene restituito dalla superficie della realtà. Il colore dei sentimenti, quelli più profondi che ci attraversano, non può che essere rosso, un rosso intenso, vertiginoso come il sangue che scorre sottopelle, come quello versato dagli amanti, dai suicidi. Questa intuizione, una delle tante, si deve ad Antonioni che è riuscito dove molti altri si sono arenati: spingere lo spettatore a guardarsi dentro, proprio in quei punti dove non si è disposti ad arrivare, dove quasi nessuno vuole affacciarsi. Ed è per definizione un esercizio difficile, che obbliga a essere onesti e a non distogliere lo sguardo come si fa normalmente, simulando una libertà e una consapevolezza che non si hanno. Mettere una distanza fra se stessi e quello che ci sta intorno per sentire le cose diversamente, arrivando anche ad accettare il vuoto; non c'è niente di più proibitivo, di assoluto e forse liberatorio,  



domenica 9 dicembre 2012

la vita a occhi chiusi

Camminare soli per strada tra la gente nell'ora di punta, tra i passanti distratti del sabato sera come nel corso di una festa senza scopo, di una parata, dà il senso di un lungo distacco, di una sospensione, di un improvviso smarrimento. Si ha l'impressione, guardando la gente, di una quantità di vite che seguono altrettante traiettorie  segnate da una rapidità distratta, da una fretta che sembra quasi imposta dal timore di rallentare. Cosa resta di queste passeggiate frettolose, delle conversazioni telefoniche, dei messaggi digitati rapidamente a testa bassa? La sensazione di un rituale nel quale si resta nascosti dietro una barriera sottile, impermeabile alla realtà. Così è come vivere a occhi chiusi, senza guardarsi intorno, senza sforzasi di cercare un'immagine, un volto. Probabilmente questo modo di muoversi riflette un modo di pensare e di vivere. Un tempo la vita a occhi chiusi era una scelta degli amanti, lo smarrimento di chi inseguiva una passione e la distrazione della folla era uno sfondo nel quale questa vita parallela si affermava. Ora sembra che la vita a occhi chiusi sia quella della maggioranza delle persone nelle strade, nelle piazze, assorte in un passaggio nervoso nel chiaroscuro delle luci della sera. E in questo scenario anche gli abbracci degli amanti si smarriscono confusi, indistinti come la maggior parte delle cose che ci circondano.

martedì 4 dicembre 2012

Quale domani?

Domani,
una parola che ricorre a volte negli articoli giornalistici, molto nei romanzi, perfino nei comizi mentre manca nei discorsi comuni, quelli di ogni giorno. Il domani... un termine che non si usa spesso; lo si aggira ricorrendo a dei sinonimi quasi con il timore di non riuscire a sostenerne il peso. In fondo c'è qualcosa di ideale in questa definizione di futuro e allo stesso tempo di problematico, come in tutte le parole che hanno davvero un significato. Ma credo che, segretamente, attraversi i pensieri di molti nei momenti di vuoto o quando per strada si incrocia il volto di qualcuno che si ha la sensazione di riconoscere. La parola domani mi fa tornare in mente uno dei film più belli degli ultimi anni, Il dolce domani appunto, che racconta di legami perduti, della problematicità dei rapporti fra uomini e donne, fra genitori e figli, dell'elaborazione del distacco,del lutto. Argomenti sui quali spesso si lascia calare il silenzio, che non si ha voglia di affrontare; ecco allora che il cinema, la narrativa subentrano, svolgendo un ruolo di supplenza, di sostituzione per tutti quei discorsi mancati che la vita, le abitudini o quella che chiamiamo la realtà ci spingono a non fare. Per riportare in superficie, in evidenza, quello che viene lasciato in fondo alle cose di ogni giorno. Ma anche decidere di portare una parola con il suo peso è una questione di scelte, di onestà probabilmente. Se immaginare il futuro è difficile e le nuvole, come suggerisce la locandina qui sotto, si addenseranno sempre  si può cominciare a farlo partendo dalle parole, che servono sempre meno e per questo sono sempre  più indispensabili.

domenica 25 novembre 2012

Quanto è lungo un addio?

Davvero è possibile misurare un addio, stabilirne la durata? A volte non basta scavare una distanza, attraversare un intero continente per riuscire a separarsi da qualcuno. Persino in un'epoca come questa dove anche gli addii sembrano programmati, affidati all'impersonalità di un messaggio telefonico, il distacco, la separazione a volte disegnano delle traiettorie misteriose.
In breve lettera del lungo addio Peter Handke attraversa il nord America per dire addio a sua moglie, per registrare dentro di sé la loro separazione e tentare di ritrovarsi. E' un itinerario dell'anima più che geografico, un percorso alla ricerca di se stessi, una osservazione di eventi esteriori che diventa interiore, accompagnata da tutte quelle domande irrisolte che sono le più necessarie, anche se si tenta di ignorarle. Quanto ho contato davvero per qualcuno e quando è finita? L'addio, come la  brusca interruzione di un segnale, la chiusura improvvisa di una comunicazione lascia sempre una traccia, un segno che resta da qualche parte, una specie di eco che si può continuare ad avvertire anche con il passare del tempo.
Quanto è lungo un addio? Se è impossibile dirlo niente rende più vuoti della mancanza di dubbi e di domande. Proprio quelle domande che si cerca di ignorare perché sembrano inutili.              

domenica 18 novembre 2012

l'amore, la realtà e il buio

L'amore non ha nulla a che fare con la realtà, essere innamorati è una forma di follia

questa frase di Patricia Highsmith così essenziale e illuminante in tutto il suo mistero, la sua contraddizione, mette in evidenza l'impossibilità e l'incoerenza della relazioni sentimentali, il calore e la freddezza, il desiderio, la vicinanza e la separazione. Non c'è solo disillusione e realismo nelle parole della Highsmith, né una fredda presa di posizione, ma la sincerità di chi è capace, attraverso un'intuizione, di guardare davvero e più in profondità nelle pieghe delle relazioni, in quel rituale fatto di incontri, scambi di sguardi e giuramenti, di cerimonie nelle quali si immagina di avere raggiunto un equilibro, una possibilità, persino la sensazione di essere in sintonia con qualcuno. Ma la realtà è fatta di altro, di una praticità grezza che cancella i propositi, le  promesse, che scrolla via l'illusione che tiene vivi i rapporti. Non sembra esserci posto per la follia nella realtà ma spesso solo per passioni congelate, per pentimenti che sconfinano nelle disillusioni, nelle bugie.L'innamoramento è una condizione che non ammette compromessi, per questo è folle e incollocabile e solo se è vissuta davvero può resistere alla prova del tempo. I legami si misurano solo sulla follia che li tiene insieme, che fa da collante.

Così oltre la realtà spesso c'è  il buio della separazione, dell'abbandono, delle parole mancate, della rabbia, del silenzio. La follia che provoca altra follia, che rovescia le prospettive e spinge a parlare di seconde vite o occasioni quando non si è riusciti a vivere neanche le prime.


Niente si conserva più facilmente di una bugia, anche lunga una intera vita, è quello che mi sento di aggiungere alle parole della scrittrice.
                                                               

martedì 13 novembre 2012

Servono davvero i ricordi?

Più che una domanda la mia è una prova di forza contro una indifferenza che più tipica delle persone che delle cose; anzi, sono proprio le cose che ci spingono a tenere fede alla memoria, ai vecchi propositi, alle promesse non mantenute(che sono sempre più forti e numerose di quelle mantenute). Gli oggetti hanno un'anima. Lo sostengono in tanti, molto più autorevoli di me(penso a Michelangelo Antonioni) ma se è vero che anche gli oggetti hanno una voce(silenziosa, distinguibile per quanto sommessa) per decifrarla bisogna riuscire a guardare dentro di sé. Penso a delle frasi di uso comune, a certi consigli dati in fretta con l'intenzione di non farsi coinvolgere, che servono a schivare gli urti della vita ma che invece(ne sono fieramente convinto) dalla vita ci allontanano: mai guardarsi indietro, la vita va avanti, il passato è passato... Io invece non smetto di guardarmi indietro, di riannodare i fili della memoria, di pensare a chi non ha potuto o saputo sostenere il dolore di un abbandono, di un rifiuto, di una promessa non mantenuta. Sono convinto che legarsi alla memoria non è una sconfitta ma, al contrario, vuol dire vivere più intensamente, sentire di più(anche senza attraversare l'oceano, anche senza scalare una montagna). E mi torna in mente in modo ossessivo la battuta finale di un'altra donna, uno dei film più belli di Woody Allen; Gena Rowlands interrogandosi sul senso della sua vita di cinquantenne, sugli errori commessi si chiede: Un ricordo è qualcosa che abbiamo o che abbiamo perduto?
Continuo a chiedermelo anch'io. E non penso di smettere.

giovedì 8 novembre 2012

I brevi amori di Giuseppe Bertolucci




Ecco un film al quale mi sento particolarmente legato forse per via della personalità del suo autore, Giuseppe Bertolucci, regista discreto e poco incline all'esibizionismo, autore di almeno tre, quattro film memorabili tutti girati negli anni ottanta o quasi: Oggetti smarriti, Segreti segreti, Strana la vita e appunto questo Amori in corso, incentrato sul terzetto femminile di protagoniste(le misconosciute Stella Wordemann e Francesca Prandi con l'aggiunta di Amanda Sandrelli). E la trama del film ha già in sé degli accenti di malinconica leggerezza, di densa ironia sentimentale: due studentesse universitarie, in campagna per preparare un esame, attendono l'arrivo di  un compagno di studi al quale sembrano entrambe interessate. Ma a raggiungerle non è il ragazzo bensì la sua svanita fidanzata, presenza inaspettata che da sola sembra in grado di spezzare il logoro equilibro tra le due amiche. Eppure il duetto femminile, orchestrato benissimo da una regia davvero misurata, invece di incrinarsi si rafforza in una sorta di intesa, di tacito riconoscimento, di paralizzante appartenenza che finisce con escludere tutto il resto, compreso il tanto atteso collega arrivato in ritardo. Giuseppe Bertolucci (morto appena qualche mese fa) con la sua scrittura di assoluta limpidezza ci restituisce tutto il mistero e l'assorta incomprensibilità dei sentimenti, il loro farsi e disfarsi sotto il nostro sguardo che non può fare altro che registrare incontri e allontanamenti, cadute e(ci si augura) rinascite.          







martedì 6 novembre 2012

Il motivo di questo spazio



Non frequento molto i blog, non so se siano utili, se siano in grado davvero di provocare delle riflessioni. Può darsi. Il motivo di questo spazio, l'idea che mi spinge a scrivere, è quella di parlare di sentimenti, parola in disuso, considerata perfino con imbarazzo. I sentimenti...Davvero servono? in un certo senso le sensazioni che proviamo sono inevitabili, ma allo stesso tempo trattate come una specie di compagno scomodo, di peso da sopportare. Personalmente sono da sempre interessato, attratto da "quello che non si vede". La definizione non è mia ma di Kieslowski, e trovo che sia un modo appropriato, significativo di indicare quella materia invisibile, sfuggente che ci attraversa e che, da osservatore dei comportamenti, mi sembra si disperda troppo spesso tra le pieghe della quotidianità, trattenuta, nascosta, perfino offesa dall'esibizione di certi comportamenti, dalla distrazione con la quale si è impegnati a vivere il proprio ruolo, qualunque sia.
Un inciso: quest'anno sono sedici anni che Kieslowski è morto, quasi nessuno lo ha ricordato. Questo spazio infinitesimale, di nessuna importanza purtroppo, serve anche a ricordare la sua lezione, il suo sguardo disincantato sull'uomo, cosa di cui gli sono davvero grato, spero insieme a molti altri.