martedì 27 giugno 2017

Il cane che cercava l'orizzonte

C'è una storia che non riesco a leggere(dicono sia davvero preziosa, ma io non ci riesco ancora, mi riguarda troppo da vicino), si intitola il cane che guarda le stelle. Non so se il mio cane guardava le stelle, può darsi. Ma di certo era il cielo estivo, notturno, a posarsi sul suo corpo placido, minuto. Di certo il cielo estivo era più intenso, meno inaccessibile, siderale, quando c'era il mio cane disteso sotto la sua sfera. Lui rendeva tutto più semplice, mendo freddo, anche la distanza così remota che ci separa da altri universi, dalle galassie. Basta un parola così, galassia, per far sentire meno sicuri, più smarriti, da sola alimenta una sensazione di limitatezza. Ma al mio cane questo non importava, tutto quello che voleva era respirare l'aria fresca dopo una giornata torrida, indirizzarci uno sguardo d'intesa, camminare lentamente nella nostra direzione in cerca di un abbraccio. Gli bastava un angolo del balcone, la sensazione della sua pelle a contatto con il pavimento. La vita per lui era senza compromessi, Se qualcuno gli avesse fatto del male non lo avrebbe capito, ma nessuno si sarebbe azzardato. Nessuno in questa vita avrebbe mai toccato il mio cane(anche ai cani, portatori di un bene assoluto, spesso tocca patire le pene dell'inferno in un modo che non conosce davvero la pietà, per nessuno).
Avrei voluto tenerlo con me(con noi) il più a lungo possibile, e che il tempo rallentasse o persino si fermasse  di fronte alla sua presenza incrollabile. Anche quando il mio mondo andava in pezzi il mio cane era lì con i suoi occhi avvolgenti, che mettevano alla prova la mia voglia di stare al mondo, ci accompagnava con il ticchettio appena distinguibile dei suoi passi, pronto ad investirci con la sua gioia prepotente. Il mio cane ci ha abbagliati con la sua fedeltà che non avrebbe tradito per nessuna ragione, una fedeltà così assoluta da risultare  incomprensibile per chi non l'ha mai sperimentata.  
Noi siamo umani, lui no, non lo era. Per questo sarò sempre dalla sua parte. Avrei voluto che persino la natura si commuovesse, si piegasse voltando lo sguardo davanti alla sua mitezza, alla sua armonia, che facesse una eccezione. Forse anche il mio cane lo credeva. Anche alla fine ha cercato una vista, l'unica  che abbiamo potuto regalargli: un lungo balcone sotto quel cielo che non gli sembrava poi così incomprensibile come invece appare a me, oggi. Tutto in sua assenza sembra meno comprensibile, familiare. Quello che resta di lui sono dei giochi e una sua fotografia da dove ci indirizza ancora il suo sguardo che sprigiona gentilezza e il desiderio di starci accanto. Per questo non lo dimenticherò, mai, come non si dimentica tutto quel poco che conta davvero a questo mondo.     

venerdì 17 marzo 2017

La vita e la follia nelle immagini di Crewdson


A quanti piacciono le stazioni deserte, le fermate degli autobus vuote sotto la luce ronzante di un unico lampione, i desolati motel di provincia, le case con finestre a vista che danno su prati notturni, malati?
A quanti piacciono le case incendiate, gli oggetti maltrattati, in rovina, i salotti vuoti con un solo divano dove una figura stremata e nuda(una donna o un uomo, è lo stesso) si trova in attesa di qualcosa che sembra non dover arrivare mai?
A quanti capita di guardarsi davanti allo specchio in cerca di un dettaglio familiare nella propria immagine senza trovarlo, di sedersi sulla sponda umida di un letto disfatto in piena notte, di venire attanagliati dal desiderio violento e inesprimibile di scendere più in profondità, in cerca di un punto oscuro dentro se stessi e negli altri?
Gregory Crewdson è il cantore di queste immagini desolate, potenti e irrisolte. Nelle sue fotografie(veri e propri set cinematografici) ci sono svelamenti, separazioni, inquietudini espresse da luci misteriose che provengono da cieli inaccessibili, da buche nel bel mezzo di appartamenti in rovina, da auto vuote incagliate come relitti su anonime strade di provincia.

Spazi inesplorati, minacciosi, personaggi che assomigliano a fantasmi, immagini che provocano ripercussioni mentali e interiori. Il mondo di Crewdson è unico e assomiglia a quello di pochissimi altri(David Means o Lynch ad esempio). E' un universo fatto di punti di dispersione, di angolazioni aperte e tragiche sulle miserie umane, di orizzonti magnetici e spettrali. Le figure ritratte nelle sue foto sono spesso svestite, si aggirano scalze per strada, compaiono nude davanti a una finestra o irrompono nel mezzo di una scena familiare per sabotarne la perfezione tutta esteriore. Quelli messi in primo piano sono corpi tutt'altro che perfetti, precocemente invecchiati, pallidi e contriti come quelli di spettri o di alieni catapultati in un mondo che non capiscono e senza punti di riferimento dove restano intrappolati, impressi in immagini plastiche e traslucide dove si presentano attoniti, scabri e soli.




Quelle di Crewdson sono scene senza via d'uscita, che ricordano come nella vita ci sia sempre qualcosa di più profondo e disturbante che, ad un tratto, sfugge  al controllo della razionalità e pretende di essere messo in mostra.

lunedì 25 luglio 2016

Il circolo della verità di David Means


Se i libri non cambiano la vita a volte aiutano a capirla meglio.
Non capita spesso, ma quando succede è una specie di rivelazione, e a uno scrittore come David Means la verità, quella che assume le tonalità più cupe, meno rassicuranti, interessa non come materia narrativa ma come punto d'arrivo dell'esperienza umana. Quella delle storie contenute nel Pesce rosso segreto è un' umanità senza possibilità di riscatto, smarrita nel vasto panorama americano che disperde e fagocita tutto(sicurezze, innocenza e speranze), restituendo solo una gamma di dolori e rimorsi: quelli di un padre che non riesce a proteggere sua figlia, di un uomo che non è in grado di salvare con la forza della passione la donna amata, di tragiche amicizie senza fortuna o di morti sconnesse davanti a paesaggi notturni descritti da parole che assomigliano a lucidi fotogrammi.
In questo buio così umano e così poco consolatorio, la scrittura di Means mette insieme frammenti d'esperienze che affondano nell'assoluto e nell'inevitabile. E' una radiografia dettagliata, chirurgica, che segue lo sgretolarsi dei  rapporti e la fine di ogni illusione romantica. Il collante che tiene insieme le persone non è destinato a durare, lo smarrimento, la scomparsa sono sempre dietro l'angolo, le sabbie mobili della fatalità si schiudono sotto i passi dei protagonisti di questi racconti che sembrano barcollare sul piano inclinato della vita.
Ma l'effetto così unico della scrittura di Means  è quello di scandagliare gli attimi conclusivi dei suoi personaggi, quelli in cui una tossica sente la sua vita spegnersi davanti alla cornice nera e impassibile di un lago tra lenzuola di uno squallido motel, di un ragazzo ferito a morte perché troppo simile al suo aggressore, di un coppia strafatta in corsa su un auto nel buio del Midwest senza intuire che la fine è lì, a un passo. Means intaglia nella pelle dei suoi personaggi, cuce destini segnati da fatalità ed
ebbrezza, tratteggia la sua poetica in poche righe  dove appaiono figure memorabili segnate da dettagli anatomici così reali come lo sono i panorami sconfinati degli Stati Uniti, sfondo contraddittorio e ideale per ritrarre vite al macero e anime senza redenzione.
I segreti e i dolori galleggiano sulla superficie torbida della vita, è inutile fingere che non sia così.
David Means lo sa bene, siamo solo noi a non volerlo vedere.



domenica 10 aprile 2016

La Vita in fiamme, un racconto che nessuno vuole



Un racconto che nessuno vuole,
non è una novità per me, ma a questo tengo(per via della notizia di cronaca, così disturbante,
che lo ha ispirato) e perché certi fatti vanno raccontati e, soprattutto, ricordati.

LA VITA IN FIAMME

Di Matteo De Chiara



Da bambina il fuoco doveva farle paura. Come ne fa a tutti, per via delle sue potenzialità: l’effetto  di cancellare oggetti e vite nello stesso momento, senza distinzioni. Di irrompere in un universi ordinati per sconvolgerli in un istante, mettendo termine a quello che si credeva sicuro, intoccabile, senza fine.
Da piccola doveva avere un sacro terrore del fuoco. Come tutti. Forse è per questo che l’ha scelto, per avere la certezza che niente di lei sopravvivesse. O forse per fare  di se stessa qualcosa di diverso da altri che hanno scelto di tagliarsi le vene o lasciarsi esplodere su un cortile lastricato, dopo un salto di dieci piani. Tutto questo deve esserle sembrato estraneo, poco intonato con il grigiore della sua vita.  Ha voluto che la parola fine avesse una tonalità diversa, di un rosso acceso, indelebile; che non risparmiasse niente, fondendo quello che c’è stato di peggiore e di migliore in lei in un unico, irriconoscibile insieme. Non si è data altro tempo(perché concedersi proroghe se non si ha voglia di infliggersi la pena di un altro giorno da soli) anche se aveva poco più di vent’anni. Anche se dicono che la giovinezza sia il momento migliore in cui farsi avanti, in cui pretendere di essere almeno un granello nell’universo.


Per farlo non ha scelto un giardino, un prato sotto un luminoso cielo invernale; non ha voluto nessun orizzonte sconosciuto sopra o intorno a lei, nessuna luce che non fosse il suo corpo ritratto in  un ultimo, acceso bagliore. Non ha desiderato che qualcuno, casualmente, potesse assistere né che la contemplasse più del dovuto, dopo. Deve esserle bastato immaginare quella cancellazione catastrofica e irreversibile di se stessa(il processo messo in moto dal fuoco che incide e segna, lasciando tracce che nessuna rianimazione o trapianto può rimettere in sesto). Ha stabilito come l’avrebbe fatto nello stesso modo in cui si programma un’escursione tra i boschi: l’ora, il percorso e il peso da portare(una tanica di benzina che si è procurata dove e in che modo? Si può solo ammettere che quando si decide di fare certe cose non c’è ostacolo che tenga).
Dei vicini hanno ammesso di averla vista mentre risaliva verso l’appartamento dove viveva sola. Le mani strette faticosamente sull’impugnatura della tanica, lo sguardo proiettato altrove mentre la benzina ondeggiava contro le pareti di plastica diffondendo un suono sciabordante, piccole onde concentriche che trasmettevano una specie di messaggio in codice. Se solo qualcuno si fosse avvicinato o le avesse chiesto che intenzioni aveva … Ma nessuno ha pensato che fosse giusto intromettersi, disturbare quella lenta risalita lungo le scale o nella cabina dell’ascensore, la tanica sempre a fianco, unica concreta proiezione dei suoi pensieri.    
Non so cosa ha visto o immaginato mentre si cospargeva di benzina nella sua stanza, la bocca stretta senza emettere un suono, forse ha avuto la sensazione di essere travolta da densi spruzzi d’acqua dal sapore di petrolio simili a quelli della sua infanzia, di essere investita ancora una volta dall’abbraccio dal mare della città che ha lasciato per un’altra a nord (nord, una parola che evoca subito gelo e silenzio. Può darsi che abbia scelto per questo il fuoco: come un’ultima, disperata ricerca di calore). Ha lasciato un biglietto che le fiamme non hanno toccato, una breve confessione  in corsivo, consonanti e vocali unite solo per formare la parola ADDIO . Niente a che  vedere con i messaggi che altre figlie in giro per il mondo distrattamente indirizzano a madri consumate dall’ansia, o le mogli riservano alla passione dei mariti di ritorno a casa: parole scritte in fretta che nelle loro traiettorie sbilenche accrescono il piacere di essere vivi. 

Cenere alla cenere.















mercoledì 17 febbraio 2016

Un mio racconto su La Città

Ìl libraio che sapeva ascoltare

Discreto, si muoveva con leggerezza, dava risposte ma nascondeva un segreto...
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di MATTEO DE CHIARA
Un’epoca sprecata, ecco l'effetto che ha su di me il ricordo di quell'età racchiusa tra i venti e i trent'anni fatta di prospettive e storie che raccontavo a me stesso, di giorni caratterizzati da vertigini emotive e attacchi di malinconia, dove l'unica malattia dalla quale guarire mi sembrava quella di fare le cose che faceva ogni altro. In quel periodo tutto sembrava riconducibile solo ad avere successo con una ragazza, a mostrare un aspetto sano, una fede incrollabile nella propria giovinezza, a non digrignare i denti nel sonno, a non lasciarsi prendere da una crisi di nervi di fronte a una commissione d'esame. Ogni dettaglio doveva rappresentare una possibilità, una fuga in avanti, mentre in realtà qualcosa sembrava stridere dietro quella facciata fatta di benessere fisico e ormoni. Anche la città in quel periodo sembrava in bilico, rifletteva una sensazione di stravolgimento. Marciapiedi da ricostruire, edifici di cui restava solo una quantità di macerie da rimuovere in fretta, cantieri pallidamente allineati nascondevano alla vista quello che sarebbe venuto alla luce da lì a qualche mese: parcheggi sotterranei, fontane avveniristiche, strade di collegamento. Sorgevano obelischi, si progettavano piazze che sembravano un collegamento ideale con un futuro che non sarebbe arrivato.
Io continuavo a preferire altre zone risparmiate dal cambiamento, le facciate sgranate di vecchi edifici davano una forma al senso di minaccia che provavo. Facevo la fila per entrare in dei cinema che non esistono più. Sedendomi al buio la sensazione liquida di scivolare e non dover tornare più indietro assumeva una forza implosiva, incendiaria. Era una specie di viaggio psichedelico in un universo illusorio e confortante anche nella sua inquietudine.
Tutto il resto era di troppo: alzarsi per proseguire con il programma d'esami, aspettare la sera per avere un incontro sentimentale, rimandare l'idea di potere essere altro. Adesso mi sembra quasi naturale che a chiudere idealmente quel periodo sia stato un fatto di sangue. Prima che succedesse tutti ricordavano solo la gentilezza con cui il suo autore ascoltava i clienti, il modo in cui inclinava appena la testa per riflettere, l'espressione senza nessuna ombra anche di fronte alle richieste più complicate. Le inquietudini sottotraccia di quegli anni (esami, orari, capitoli impossibili da interpretare) in qualche modo si riversavano in quel settore universitario di una delle librerie più vecchie della città, alimentando da sole l'atmosfera in chiaro scuro dei corridoi. Si entrava con trepidazione perché il tempo scorreva troppo in fretta, perché il peso del lavoro da affrontare era eccessivo e si voleva essere dappertutto, ma non lì. Ricordo una quantità di ambizioni sprecate, di sofferenze morali che avevano la forma di occhiaie giovanili e pettinature scomposte, di brividi di freddo in piena estate. Mi ero fatto avanti un pomeriggio in cerca di una guida per un'altra facoltà, qualcosa da scambiare con giurisprudenza. Qualcosa che fosse artistico e nero, che rappresentasse una contrapposizione agli argomenti che si affollavano nella mia testa, che gettasse degli interrogativi nella mia vita assegnandomi uno di quei ruoli mancati (mancato narratore, mancato poeta) per i quali bisogna avere qualcosa di più di una vocazione sbagliata. Volevo fuggire, studiare cinema, non volevo assomigliare a nessun altro. Chiesi a quell'uomo se esistesse una guida a facoltà simili al Dams dove si parlasse di Antonioni, di personaggi misteriosi, di un'epica fatta di storie senza un domani. In realtà avrei voluto spiegargli molto di più, confessare come fossi irrequieto, solitario e incostante. Lui ascoltava come faceva con tutti, prima di cercare tra gli scaffali. La sua discrezione faceva effetto, si muoveva con leggerezza, dava ascolto a studenti apprensivi, a madri spinte in cerca di un manuale da figli in preda all'isteria, consultava gli scaffali come se seguisse un invisibile ordine mentale. Diede retta anche me. Forse aveva avvertito qualcosa di compromesso nel modo in cui gli avevo rivolto la mia richiesta, una nota di malessere. Mi diede una guida che non mi fece pagare. Non conteneva niente di quello che cercavo, per un momento però ho avuto l'impressione di essere ascoltato. Dopo, quando tutto è successo, ricordando il suo atteggiamento ho pensato che per uccidere non bisogna avere un aspetto minaccioso, né alzare la voce. Si può uccidere se stessi e gli altri poco alla volta, in silenzio, senza attirare su di sé l'attenzione fino all'ultimo momento quando termina l'effetto dell'autocontrollo e la linea di confine tra la normalità e rabbia si riduce fino
a sparire. Ma quel giorno con me quell'uomo fu solo disponibile. Non ho cambiato tipo di studi e non frequento più nessuno di quel periodo. Quell'uomo ha ucciso la sua compagna. Il futuro come il presente mi sembra ancora un'incognita. Oggi è tutto quello che so.
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lunedì 11 gennaio 2016

Case

La casa è il luogo dove si organizza la propria vita, al quale si fa riferimento, l’unico che possa restituire in qualche modo la certezza di quello che siamo o che abbiamo perduto. Le case, con le loro stanze e i loro oggetti compongono storie sottotraccia, fatti da leggere attraverso un’architettura di spazi perché in nessun altro caso, come in quello degli appartamenti di un paesaggio urbano, vi sono delle connessioni così intense fra luogo e persona. Le città di mare hanno qualcosa che le rende diverse, si ha la sensazione di respirare un’aria meno opprimente e che sia sempre possibile trovare, attraverso una terrazza o una strada, uno sbocco verso l’orizzonte. Non sembra possa esserci niente di terribile in una città di mare, ma anche qui l’aspetto esteriore,  le luci, non raggiungono tutti gli angoli. Le facciate dietro la loro estetica fatta di calce e colori, dietro la loro impassibilità, mostrano altro, basta avvicinarsi per avvertire qualcosa che assomiglia a una vibrazione, un’eco di fatti e vite nascoste che gli oggetti in qualche modo restituiscono.  Le case spesso parlano al posto dei loro occupanti. In passato sono entrato in molti appartamenti, ho attraversato corridoi interni di abitazioni popolari fradici di pioggia, ho camminato su ballatoi, mi sono seduto in soggiorni piccoli, opprimenti o desolatamente spogli, con televisori accesi per ore sugli stessi programmi (quiz, telenovele, serie tv );  le voci dei conduttori, degli attori sembravano essersi sostituite a quelle degli occupanti, scandivano i loro movimenti, il ritmo della giornata, persino quello della loro vita interiore. Ho fissato bicchieri allineati dietro ante trasparenti di mobili che  avevano l’aria di non essere aperti da mesi, ho fissato angoli vuoti, pareti che sprigionavano un bianco freddo che non lasciava spazio all’immaginazione, ho avvertito odori e tristezze latenti espresse da quell’insieme di cose. Ho pensato che non avrei resistito un minuto di più in quei salotti dove sembrava mancare sempre qualcosa, in quelle cucine dove le prospettive(altezza, larghezza, lunghezza) sembravano rovesciate e dove  invece altre persone trascorrevano con naturalezza gran parte del loro tempo.  Avrei voluto chiedere a una ragazza disoccupata, dall’aspetto segnato, cosa provava pettinando lentamente i capelli crespi della sorella aspettando che succedesse qualcosa, ma non l’ho fatto. Avrei voluto domandare alle vedove, agli anziani soli, alle ragazze madri, alle coppie senza  prospettive perché non sbattessero la porta andandosene.  Ma  la risposta era evidente: perché non potevano e, probabilmente, ancora non possono. La loro vita restava legata  al significato di quelle case, alla loro definizione di alloggi popolari, una parola che da sola ha un effetto pericoloso, che sembra già contenere una mancanza di possibilità, di scelta.


Quell’idea di sopravvivenza, l’effetto del vuoto o di cose di poco conto ammassate senza una logica, è tornata ad affacciarsi nella mia immaginazione in altri momenti, quando sono entrato in altre case. Appartamenti ristrutturati, moderni, che sembravano assegnare all’idea di felicità lo spazio appropriato. Ho visto interni bianchi con televisori al plasma, divani e tende che sembravano segnare un distacco dalla realtà, librerie con saggi sull’autocontrollo o sulle strategie da seguire per realizzare i propri obiettivi, bagni con vasche idromassaggio o cabine doccia così avveniristiche da  esprimere tutto il benessere dei loro proprietari che le mostravano con noncuranza, spiegando come avessero installato un miscelatore che permetteva di avere l’acqua calda o quella fredda nell’attimo stesso in cui si girava la manopola; parlavano dell’effetto del getto caldo sulla pelle tenendo gli occhi socchiusi come se ne stessero sperimentando i benefici proprio in quel momento. Quelle case erano universi nitidi, sovrastanti rispetto alle miserie del mondo,  che spingevano il visitatore in un’idea di assoluta realizzazione, spazi emotivi da costruire secondo l’ultima moda in fatto di arredamento, da riempire con bambini repressi che stringevano bambole mutilate tra le braccia. La tristezza se c’era aveva l’aspetto luminoso dei parquet, le sembianze allucinatorie di una stampa di Chagall sulle pareti o di docili colf denutrite  dei paesi dell’est che si trascinavano lentamente di stanza in stanza, come se stessero cercando un modo per adeguarsi all’effetto artificioso che le circondava. Negli stessi condomini mi sono seduto di fronte a persone sole, abituate a mangiare comprendo solo una porzione di tavolo con la tovaglia, a bere sorsate clandestine di vino pensando ai propri figli dispersi da qualche parte nel mondo. In quelle case c’era sempre un eccesso di ombra, di silenzio interrotto appena dai rintocchi di un orologio a pendolo; quel suono era la sola intrusione in quelle stanze vuote  che avevano l’aria di esserlo da anni, spazi consegnati all’attesa di qualcuno che li abitasse. Da un’altra parte, per qualche tempo ho dormito in un letto matrimoniale che doveva essere stato occupato da una persona malata. Sulla testata in ferro del letto c’era un campanello legato a una corda per chiamare aiuto in piena notte. A volte l’ho premuto inavvertitamente e l’effetto di quel suono era così acuto da assomigliare a un allarme, in qualche modo mi avvisava che qualcosa stava per sgretolarsi nella mia vita anche se ancora non lo sapevo. Dopo aver letto la notizia in una pagina di cronaca, ho fissato il balcone di un appartamento dove era stato commesso un delitto. Le finestre restavano chiuse malgrado fosse piena estate, i vetri, per via del riflesso del sole, erano neri come se fossero stati oscurati. Nessun segno di vita,  tutto quello che di normale c’era stato prima, all’interno, sembrava essere cancellato da una forza estrema, da un turbinare di collera e violenza che aveva lasciato solo quel vuoto: una facciata geometrica, ingrigita dalla pioggia e dalla luce del giorno, schermata dal silenzio di quelle finestre in un mattino di fine luglio.

Ho lasciato che le case che ho visto occupassero un posto dentro di me, con le loro stanze e gli oggetti di cui erano fatte. Hanno racchiuso un arco di tempo, di affetti dispersi, sprecati, di scene messe insieme a caso, in una specie di montaggio singhiozzante. Fra tutte spicca l’espressione assuefatta della ragazza nella casa popolare che pettina la sorella, gli occhi affondati in quella massa di capelli fulvi come se fossero catturati da un miraggio. Aveva l’aria di essere lì da sempre, sapendo che quello sarebbe rimasto il suo posto. Nessuno l’avrebbe portata via, da un’altra parte, in un altrove fatto di qualcosa di più. Sembra dire questo, nel mio ricordo, con il suo sorriso docile appena segnato dal tempo che passa.


 Pubblicato su La Città del 3/01/2016