venerdì 18 maggio 2018

chi ha amato bene








Questo è il libro che ho scritto.
E' una raccolta di vite marginali, sprecate troppo in fretta, di attimi incendiari, di salti nel vuoto, di affetti che non sanno esprimersi nel modo giusto ammesso che ci sia un modo davvero giusto. Ci riguarda tutti? Forse. Di sicuro sento che riguarda me. In ogni caso è quello che mi interessava raccontare.

martedì 10 aprile 2018

Corpo e anima


Un film davvero bello sfuggito a gran parte degli spettatori per via della nazionalità ungherese e degli attori da noi ignoti, che rappresenta la diversità tra uomini e donne, la ricerca di contatti umani, la violenza della vita che resta sottotraccia a partire però dal titolo scoperto: Corpo e anima.
Due parti, quella fisica e l'altra spirituale che cercano di incontrarsi, di trovare un accordo fra sguardo e tatto, fra parole e impulsi. Da sfondo all'incontro tra un uomo e una donna, un luogo tra i più fisici e orrendi: un mattatoio dove gli sguardi spalancati degli animali sembrano interrogare l'indifferenza degli uomini e del tempo estivo, del vento fra gli alberi e del sole che scivola luminoso sulle cose senza riscaldarle fino in fondo.
E' qui che nasce e prende forma l'attrazione tra il direttore e una delle impiegate, entrambi soli, taciturni, isolati dalle rispettive complicazioni emotive. I due vivono sfiorandosi e sognano di essere due cervi che si rincorrono in un bosco, due corpi che si sfiorano e indirizzano occhiate, che si annusano e cercano perché è nella ricerca di contatti, in questo bisogno viscerale ed estremo, nel fremito che spinge i corpi a incontrarsi forse la sola spiegazione di quello che siamo.





Da vedere e rivedere.















martedì 28 novembre 2017

Tutto quello che vorremmo esprimere ma che non riusciamo a dire.


Spesso mi capita di provare, prima ancora di pensare, cose che vorrei dire e che non riesco a esprimere.
In questo senso le parole dovrebbero essere d'aiuto a far emergere il rimosso, l'indicibile, quello che non si riesce a definire abitualmente.
Mi viene in mente la frase dello sceneggiatore e poeta Tonino Guerra a proposito delle immagini di Antonioni: Sono così belle da far precipitare le parole. Da un po' mi rendo conto che le mie parole precipitano, mi sfuggono, finiscono per perdersi non davanti alla bellezza di un'immagine, ma per il motivo opposto. Si arrendono davanti alla mancanza di prospettive, arretrano, si smarriscono nella confusione o per l'assenza di qualcuno con cui condividerle. Nell'epoca della comunicazione, dei social media, dei messaggi espressi in qualunque modo le parole vengono scelte con sempre minore accuratezza e sempre maggiore velocità.
All'immediatezza di un messaggio non corrisponde la necessaria profondità di contenuto, non scegliamo parole fatte per restare o che ci rappresentino nel modo migliore possibile. Il possibile finisce per essere quello che può andare bene al momento, tutto ciò che è risaputo, che non comporta rischi.




Questa mancanza di parole, anche se non ce ne accorgiamo o fingiamo di non accorgercene, condiziona la nostra vita, la impoverisce. In fin dei conti non abbiamo molto di più.
Ci resta tutto quello che vorremmo esprimere ma che non riusciamo a dire.

martedì 27 giugno 2017

Il cane che cercava l'orizzonte

C'è una storia che non riesco a leggere(dicono sia davvero preziosa, ma io non ci riesco ancora, mi riguarda troppo da vicino), si intitola il cane che guarda le stelle. Non so se il mio cane guardava le stelle, può darsi. Ma di certo era il cielo estivo, notturno, a posarsi sul suo corpo placido, minuto. Di certo il cielo estivo era più intenso, meno inaccessibile, siderale, quando c'era il mio cane disteso sotto la sua sfera. Lui rendeva tutto più semplice, mendo freddo, anche la distanza così remota che ci separa da altri universi, dalle galassie. Basta un parola così, galassia, per far sentire meno sicuri, più smarriti, da sola alimenta una sensazione di limitatezza. Ma al mio cane questo non importava, tutto quello che voleva era respirare l'aria fresca dopo una giornata torrida, indirizzarci uno sguardo d'intesa, camminare lentamente nella nostra direzione in cerca di un abbraccio. Gli bastava un angolo del balcone, la sensazione della sua pelle a contatto con il pavimento. La vita per lui era senza compromessi, Se qualcuno gli avesse fatto del male non lo avrebbe capito, ma nessuno si sarebbe azzardato. Nessuno in questa vita avrebbe mai toccato il mio cane(anche ai cani, portatori di un bene assoluto, spesso tocca patire le pene dell'inferno in un modo che non conosce davvero la pietà, per nessuno).
Avrei voluto tenerlo con me(con noi) il più a lungo possibile, e che il tempo rallentasse o persino si fermasse  di fronte alla sua presenza incrollabile. Anche quando il mio mondo andava in pezzi il mio cane era lì con i suoi occhi avvolgenti, che mettevano alla prova la mia voglia di stare al mondo, ci accompagnava con il ticchettio appena distinguibile dei suoi passi, pronto ad investirci con la sua gioia prepotente. Il mio cane ci ha abbagliati con la sua fedeltà che non avrebbe tradito per nessuna ragione, una fedeltà così assoluta da risultare  incomprensibile per chi non l'ha mai sperimentata.  
Noi siamo umani, lui no, non lo era. Per questo sarò sempre dalla sua parte. Avrei voluto che persino la natura si commuovesse, si piegasse voltando lo sguardo davanti alla sua mitezza, alla sua armonia, che facesse una eccezione. Forse anche il mio cane lo credeva. Anche alla fine ha cercato una vista, l'unica  che abbiamo potuto regalargli: un lungo balcone sotto quel cielo che non gli sembrava poi così incomprensibile come invece appare a me, oggi. Tutto in sua assenza sembra meno comprensibile, familiare. Quello che resta di lui sono dei giochi e una sua fotografia da dove ci indirizza ancora il suo sguardo che sprigiona gentilezza e il desiderio di starci accanto. Per questo non lo dimenticherò, mai, come non si dimentica tutto quel poco che conta davvero a questo mondo.     

venerdì 17 marzo 2017

La vita e la follia nelle immagini di Crewdson


A quanti piacciono le stazioni deserte, le fermate degli autobus vuote sotto la luce ronzante di un unico lampione, i desolati motel di provincia, le case con finestre a vista che danno su prati notturni, malati?
A quanti piacciono le case incendiate, gli oggetti maltrattati, in rovina, i salotti vuoti con un solo divano dove una figura stremata e nuda(una donna o un uomo, è lo stesso) si trova in attesa di qualcosa che sembra non dover arrivare mai?
A quanti capita di guardarsi davanti allo specchio in cerca di un dettaglio familiare nella propria immagine senza trovarlo, di sedersi sulla sponda umida di un letto disfatto in piena notte, di venire attanagliati dal desiderio violento e inesprimibile di scendere più in profondità, in cerca di un punto oscuro dentro se stessi e negli altri?
Gregory Crewdson è il cantore di queste immagini desolate, potenti e irrisolte. Nelle sue fotografie(veri e propri set cinematografici) ci sono svelamenti, separazioni, inquietudini espresse da luci misteriose che provengono da cieli inaccessibili, da buche nel bel mezzo di appartamenti in rovina, da auto vuote incagliate come relitti su anonime strade di provincia.

Spazi inesplorati, minacciosi, personaggi che assomigliano a fantasmi, immagini che provocano ripercussioni mentali e interiori. Il mondo di Crewdson è unico e assomiglia a quello di pochissimi altri(David Means o Lynch ad esempio). E' un universo fatto di punti di dispersione, di angolazioni aperte e tragiche sulle miserie umane, di orizzonti magnetici e spettrali. Le figure ritratte nelle sue foto sono spesso svestite, si aggirano scalze per strada, compaiono nude davanti a una finestra o irrompono nel mezzo di una scena familiare per sabotarne la perfezione tutta esteriore. Quelli messi in primo piano sono corpi tutt'altro che perfetti, precocemente invecchiati, pallidi e contriti come quelli di spettri o di alieni catapultati in un mondo che non capiscono e senza punti di riferimento dove restano intrappolati, impressi in immagini plastiche e traslucide dove si presentano attoniti, scabri e soli.




Quelle di Crewdson sono scene senza via d'uscita, che ricordano come nella vita ci sia sempre qualcosa di più profondo e disturbante che, ad un tratto, sfugge  al controllo della razionalità e pretende di essere messo in mostra.

lunedì 25 luglio 2016

Il circolo della verità di David Means


Se i libri non cambiano la vita a volte aiutano a capirla meglio.
Non capita spesso, ma quando succede è una specie di rivelazione, e a uno scrittore come David Means la verità, quella che assume le tonalità più cupe, meno rassicuranti, interessa non come materia narrativa ma come punto d'arrivo dell'esperienza umana. Quella delle storie contenute nel Pesce rosso segreto è un' umanità senza possibilità di riscatto, smarrita nel vasto panorama americano che disperde e fagocita tutto(sicurezze, innocenza e speranze), restituendo solo una gamma di dolori e rimorsi: quelli di un padre che non riesce a proteggere sua figlia, di un uomo che non è in grado di salvare con la forza della passione la donna amata, di tragiche amicizie senza fortuna o di morti sconnesse davanti a paesaggi notturni descritti da parole che assomigliano a lucidi fotogrammi.
In questo buio così umano e così poco consolatorio, la scrittura di Means mette insieme frammenti d'esperienze che affondano nell'assoluto e nell'inevitabile. E' una radiografia dettagliata, chirurgica, che segue lo sgretolarsi dei  rapporti e la fine di ogni illusione romantica. Il collante che tiene insieme le persone non è destinato a durare, lo smarrimento, la scomparsa sono sempre dietro l'angolo, le sabbie mobili della fatalità si schiudono sotto i passi dei protagonisti di questi racconti che sembrano barcollare sul piano inclinato della vita.
Ma l'effetto così unico della scrittura di Means  è quello di scandagliare gli attimi conclusivi dei suoi personaggi, quelli in cui una tossica sente la sua vita spegnersi davanti alla cornice nera e impassibile di un lago tra lenzuola di uno squallido motel, di un ragazzo ferito a morte perché troppo simile al suo aggressore, di un coppia strafatta in corsa su un auto nel buio del Midwest senza intuire che la fine è lì, a un passo. Means intaglia nella pelle dei suoi personaggi, cuce destini segnati da fatalità ed
ebbrezza, tratteggia la sua poetica in poche righe  dove appaiono figure memorabili segnate da dettagli anatomici così reali come lo sono i panorami sconfinati degli Stati Uniti, sfondo contraddittorio e ideale per ritrarre vite al macero e anime senza redenzione.
I segreti e i dolori galleggiano sulla superficie torbida della vita, è inutile fingere che non sia così.
David Means lo sa bene, siamo solo noi a non volerlo vedere.